I luoghi e la storia

Giulio si trasferisce in città

Una svolta significativa nel percorso dell’artista avvenne dopo il 1957, quando Ruffini spinto dal vecchio maestro di Cotignola, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Urbino, poté superare gli esami di abilitazione all’insegnamento e ottenere la cattedra di Disegno e Figura al Liceo Artistico di Ravenna.

Ecco allora che Giulio va in città. Sono necessari pochi chilometri per raggiungere quella scuola e il primo studio d’artista, posto in una soffitta di via San Vitale sopra l’abitazione del pittore Giangrandi, ma quello è un passaggio decisivo che lo preleva dal mondo contadino, gli apre sguardi e relazioni diverse, inducendolo a rimodulare con gli anni Sessanta il suo orizzonte compositivo, sempre più asciutto e meno narrativo, dove la memoria si fa oggetto e non più racconto.

Compaiono così i nudi femminili in abbandono, i tavoli con i frutti dimenticati, i vasi di terracotta con fiori rinsecchiti.

I simboli affettivi di un mondo primitivo in via di estinzione – si pensi ai traini offerti dalle potenti schiene di mucche e tori disegnati qualche anno prima – lasciano il posto ad una modernità motorizzata, dai colori piani, sconvolta per l’arrivo in Italia dei primi autori pop, giunti dagli Stati Uniti alla Biennale di Venezia nel 1964.

E ancora una volta Ruffini si dimostra un pittore del nostro tempo, come lo definirà Raffaele De Grada nella poderosa monografia del 1968. Incoraggiato da quelle novità d’oltreoceano l’artista assume segni e segnali dell’epoca nel suo dolente teatro.

La Ravenna che accoglie Ruffini in quei primi anni Sessanta, nel nuovo studio di Piazza Marsala, è essa stessa oggetto di un grande e decisivo travaglio: sul finire del decennio precedente si era insediato lungo il canale Candiano il gigante di Ravenna, il più grande polo petrolchimico d’Europa. La presenza dell’ANIC in effetti è un cuneo che spacca la storia di Ravenna nel tempo e nello spazio: la città del silenzio e dei carriaggi lenti viene ora attraversata da autobotti ingombranti, da lunghe teorie di vagoni ferroviari e da gasdotti fumanti che minacciano l’austera pineta di Dante.

E’ un’accelerazione traumatica che sconvolge il suolo e gli uomini, e non può lasciare indifferente il pittore di Mezzano che osserva ogni giorno gli oltre tremila operai richiamati al lavoro da quell’impianto colossale. Sono anche gli anni del boom economico, dei consumi e dell’automobile per tutti, con frenetici spostamenti di inurbati e frequenti incidenti stradali. Anche il padre di Ruffini era morto in un incidente, per una tragica e antica fatalità: scaricando un sacco pesante da un carro agricolo.

Ma ora la casualità è figlia di un mondo radicalmente cambiato. Poco dopo i primi quadri realizzati su questo tema, l’8 maggio 1965 in un incidente stradale in Romagna, perirono insieme il critico d’arte Alberto Martini, il collezionista ravennate Roberto Pagnani e la moglie di quest’ultimo Raffaella Ghigi. Ruffini che era amico di tutti ne fu profondamente scosso e avvertì nelle sue opere quasi un tragico presagio, ma continuò a sviluppare quel soggetto. Sarà infatti l’ispirazione di altri dipinti, nel breve periodo della tentazione informale, compresa fra il 1964 e il 1967.

Ecco la sintesi di modernità che l’artista va a cogliere nell’incidente stradale. Una morte nuova, una drammatica fatalità sconosciuta nel tempo precedente, che ci schiaccia, racchiudendo in sé la cifra veloce dei tempi e la solitudine di una nuova povertà.

Incidente, 1964

 

Monica Vitti a Ravenna nel “Deserto rosso” di Michelangelo Antonioni e una litografia di Giulio Ruffini con le torri Hamon sullo sfondo, nel simbolico passaggio tra la civiltà rurale e quella industriale.

Le arpie, 1965 Mosaico -Ex Tamo

I sociologi l’avevano chiamata alienazione, e Michelangelo Antonioni era venuto proprio a Ravenna ad ambientarvi il suo poetico manifesto d’artista, Il deserto rosso, nel 1964. Lo affiancava un poeta visionario come Tonino Guerra che, insieme al direttore della fotografia Carlo Di Palma fecero dipingere di grigio i muri della città dove girare le scene principali: lo stesso colore delle ciminiere in cemento e delle nebbie che avvolgono sempre i protagonisti. Di quell’ambiente urbano e di quella stagione Ruffini registra l’angoscia, l’astrazione di nuove forme e la fine del mondo in cui era nato. Fatalmente poi, la protagonista del film Monica Vitti, riferendosi al suo tentativo di suicidio, parla sempre di incidente stradale, come se quell’evento potesse stare oramai nell’ordine naturale delle cose.

La ricerca di Ruffini era approdata a quelle contemplazioni e a quelle allegorie passando prima, all’inizio degli anni ‘60, attraverso una più assoluta rappresentazione del dolore: un tema variamente declinato nel ciclo delle numerose Crocifissioni che avevano però un prius nel 1954, allorché ad abbracciare le ginocchia del Cristo non erano le pie donne, ma le familiari figure dell’artista, come per eternare una sua mitologia della sofferenza, che in fondo è il vero filo conduttore di questi primi vent’anni di lavoro.

Ravenna

Adagiata a pochi km dal Mar Adriatico, e sospesa nel cuore della Romagna, Ravenna è uno scrigno d’arte, di storia e cultura con alle spalle un antico e glorioso passato.

Oltre alla straordinaria ricchezza del suo patrimonio monumentale, i pochi chilometri che la separano dalla costa adriatica la rendono una suggestiva meta di relax, divertimento, nonché luogo ideale per passeggiare immersi nella natura.

Grazie a un’efficiente organizzazione di servizi e a una possibilità di scelta quanto mai ampia, Ravenna e il suo territorio possono regalare la tranquillità di una vacanza personalizzata.

Sole e relax, mare, giochi, attività sportive e fitness, escursioni e parchi tematici sono solo alcuni degli ingredienti che la città sa offrire, cui si affianca una variegata e gustosa offerta enogastronomica.


Perché visitarla

A partire dagli inizi del V secolo d.C. Ravenna è stata per ben tre volte capitale: nelle ultime fasi dell'Impero Romano d'Occidente (402-403), durante il regno dei Goti di Teodorico (493-526), e infine sotto il dominio bizantino (553 - 751).

La magnificenza di quel periodo ha lasciato in città una grande eredità di monumenti: sono ben otto gli edifici dichiarati dall'Unesco Patrimonio dell'Umanità.

Ravenna, inoltre, conserva le spoglie del Padre della Letteratura Italiana Dante Alighieri e ne mantiene viva la memoria durante l’anno con importanti manifestazioni.

Il territorio cittadino presenta una notevole varietà di paesaggi (Ravenna è il secondo comune d’Italia più grande per estensione), alcuni di estrema bellezza: ampie campagne coltivate, valli e canali fiancheggiati da caratteristiche reti da pesca e pinete secolari che si affacciano su spiagge sabbiose e attrezzate.

I suoi 35 chilometri di costa ospitano ben nove località balneari, ognuna con le proprie peculiarità e caratteristiche, adatte a ogni tipo di soggiorno.

Per gli amanti della natura e delle escursioni è possibile immergersi nelle bellezze naturalistiche del Parco del Delta del Po, dove rare specie di uccelli trovano rifugio.

Si può optare ad esempio per l’Oasi di Punte Alberete, le storiche Pinete di San Vitale e Classe, il Museo NatuRa di Sant’Alberto, le Valli meridionali di Comacchio oppure le bellissime oasi dell’Ortazzo e dell’Ortazzino e dell'area della Foce del Bevano.

https://www.turismo.ra.it/

https://emiliaromagnaturismo.it/it/localita/ravenna

Realizzato con il contributo della Regione Emilia-Romagna l.r. 2/2022

*

I partner del Progetto

© Riproduzione riservata.
E’ vietato a terzi di copiare, incollare o distribuire il materiale pubblicato senza il permesso scritto del proprietario.

Ideato da Adamo Antonellini – Realizzato da Webra
Privacy Policy / Terms of Use